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Casi clinici - Oltre il dolore
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Indice degli argomenti:
Il caso di "G"

Pubblicazioni e convegni:
Pubblicazione sui Vertici
Convegno di medicina e psicologia - Il dolore fisico, psicologico, spirituale e l'etica della vita

Rassegna stampa:
Il dolore fisico, psicologico e spirituale


Il caso di "G"
C'era una volta. Come tante storie anche questa, di G. può cominciare così. C'era una volta disperazione e buio, voglia di fuggire e di morire, il tutto innervato di uno stato fisico minato dall'handicap e in uno stato psichico da labirinto degli orrori. G. era questo, una creatura ai limiti della definitiva irrecuperabilità. Segnata nel fisico da un incidente che l'aveva costretta, semiparalizzata, su una sedia a rotelle; segnata nello spirito da una depressione con le radici affondate nell'età bambina. G. aveva i suoi buoni motivi per non vivere. Oggi la sua situazione si è quasi completamente ribaltata, esempio emblematico di come, insieme, medicina e psicologia possano "fare miracoli".

Una ricostruzione psico-fisica che ha, per certi aspetti, dell'eccezionale e che proprio per questo si presta a fare da paradigma per questo convegno che ha proprio lo scopo di esaltare l'azione comune e la sinergia del medico e dello psicologo.

Ma ecco, per sommi capi, la storia raccontata da G.

Avevo circa 8 anni quando a poco a poco ho iniziato a sentire una sensazione sgradevole dentro di me, qualcosa di indescrivibile che oggi potrei definire paura, angoscia, una cosa impalpabile che mi rendeva prigioniera all'interno di una gabbia invisibile che mi bloccava. La mia mente era affollata di pensieri negativi, ossessivi, maniacali, che premevano dentro di me, come una coltre grigia, fumosa, oppressiva. Una nebbia che monopolizzava ogni mio pensiero, che condizionava ogni mia azione. Mi scoprivo, senza volerlo, a ripetere in maniera quasi demenziale parole, atti privi di senso in qualsiasi momento della giornata che caratterizzava la mia infanzia: quando studiavo, quando giocavo, soprattutto quando mi fermavo o ero in procinto di addormentarmi. In queste condizioni avevo sviluppato una pessima opinione di me, pensavo di essere stupida se non addirittura folle. Questo disagio, questo sgradevole malessere, si è mantenuto nel tempo, mi ha privata di quella naturale spensieratezza, di quella spontaneità tipica dell'infanzia e della adolescenza. Ha influenzato tutte le mie scelte, le tappe fondamentali della mia vita. Malgrado questa visione nera della vita ero riuscita a salvare due desideri, due obiettivi da raggiungere in età adulta: crearmi una famiglia numerosa, allegra, spensierata e arricchirmi sul piano culturale.

A 23 anni ho realizzato il mio primo desiderio: mi sono sposata. All'inizio la mia nuova esistenza era perfino riuscita a fugare il mio male di vivere, aveva aperto miracolosamente le sbarre della prigione permettendomi la fuga. Sentivo affluire in me gioia, coraggio, fiducia di poter concludere la mia storia con un lieto fine, come nei libri delle favole che leggevo da bambina.

Purtroppo questo stato di benessere, di beatitudine non è durato a lungo, solo pochi mesi, il tempo necessario per apprendere la notizia che mio marito era sterile. E con questa notizia si chiudeva definitivamente il capitolo della famiglia numerosa, allegra che non avrei mai avuto.

La caduta di questo sogno, forse la mia vulnerabilità o predisposizione, come dicono la medicina e la psicologia, hanno contribuito a farmi precipitare nel baratro oscuro della depressione.

Come definire questo stato d'animo? E' qualcosa di indescrivibile. Le paure della mia infanzia non erano niente a confronto. Ho tentato più volte di farne una rappresentazione e l'ho realizzata simile ad un "diavolo nero malvagio, in grado di tenermi in pugno. Sempre e dovunque.

Il dolore psicologico, fisico, spirituale, diventava una cosa sola, mi rendeva incapace di intendere e di volere, mi inibiva ogni progettualità. Una piccola imbarcazione alla deriva. Ero sopraffatta da un tremito convulso, continuo, respiravo con difficoltà, vomitavo, avevo continue vertigini, insonnia, tachicardia. Avrei voluto solo dormire nel tentativo disperato di bloccare i cattivi pensieri. Fu a questo punto che l'alta marea mi travolse: il vortice della depressione mi risucchiò al punto tale da provocare indirettamente un incidente molto grave. Un incidente che, a 28 anni, mi lasciò paralizzata per la rottura della sesta vertebra cervicale e della conseguente lesione midollare. Potevo muovere soltanto la testa e le braccia. Le mie mani erano chiuse, il tronco e le gambe completamente bloccate.

Abili mani sono intervenute nel mio corpo. Un intervento chirurgico aprì uno spiraglio alla speranza di poter di nuovo camminare. Mi chiamarono la "miracolata del CRO". Io non ero in grado di apprezzare il miracolo. La depressione, più forte che mai, offuscava ogni entusiasmo e rivolgendomi al chirurgo dissi: "Sono disposta per tutta una vita a restare in una seduta a rotelle purché lei mi salvi dalla depressione".

Le conseguenze pratiche e psicologiche di una tetraplegia sono ostacoli inimmaginabili. Non avevo alcun controllo del mio corpo, delle sue funzioni fisiche. Trascorrevo ore, giorni, notti, sdraiata a fissare con occhi sbarrati il soffitto. Il suono dei passi di persone che si avvicendavano al mio letto era un incubo costante. Persone che, nel tentativo di aiutarmi, mi sollecitavano a sedermi, a mangiare, a parlare. Una continua violenza che non potevo evitare. Reagivo piangendo, vomitando, sussurrando in maniera monotona e ripetitiva: "lasciatemi morire". Continuai ancora per lungo tempo a non provare alcun interesse per la vita, rifiutavo qualsiasi proposta terapeutica poiché anche la più piccola cosa rappresentava per me un ostacolo insormontabile.

E' a questo punto che un bravo psichiatra si prese cura di me. I nostri colloqui, le medicine, cominciarono a scalfire le barriere apparentemente insuperabili della mia malattia della mente e dell'anima.

A poco a poco un filo di fiducia e di speranza cominciò a germogliare dentro di me. Dietro la frase ricorrente "voglio morire", si nascondeva già un principio di attaccamento alla vita e con questo la possibilità, sia pure remota, di camminare di nuovo. La voce emozionata del chirurgo si impadroniva della mia mente ripetendo: "camminerai di nuovo. Devi credermi, hai ancora una possibilità. Non sarà facile ma puoi farcela".

All'inizio seguì l'eco della sua voce come un automa, senza particolare entusiasmo. Qualcuno mi accompagnava ogni giorno al centro di riabilitazione trasportata come un pacco postale. Mi impegnavo con fatica per molte ore per poter muovere anche solo u dito del piede. Malgrado il mio estenuante impegno i primi tentativi furono assai deludenti. Tornavo a casa stanca, demoralizzata, piangendo disperatamente. In fondo la morte rappresentava ancora la soluzione migliore dei miei problemi. Eppure, al mattino, quasi d'incanto insieme alla nascita del nuovo giorno si affacciava alla luce una nuova e rinnovata speranza.

Ho continuato a lottare per lunghi mesi con queste due forze interiori contrapposte e a poco a poco, centimetro dopo centimetro, il mio corpo ha cominciato a reagire. Ho detto il mio corpo ma non la mia mente.

Mi sembrava di vederli procedere su due binari paralleli senza alcuna possibilità di incontro. La depressione non mi dava tregua e per tenerla a bada ero costretta a prendere molti farmaci. L'aiuto dello psichiatra era stato prezioso, insostituibile ma non era sufficiente ad aprire tutte le porte della mia mente, della mia anima. E fu così che un giorno, appena le mie gambe ricominciavano a muoversi, sia pure con estrema difficoltà mi diressi verso la successiva tappa terapeutica, quella della psicoterapia. Questo era l'unico modo per unire armoniosamente le due linee parallele: corpo e mente.

E così è stato. Grazie all'azione congiunte della medicina e della psicoterapia ho ritrovato serenità e voglia di vivere.

Il mio cammino non è ancora concluso. Resta ancora tanta strada da percorrere in entrambe le direzioni: corpo e mente.

Che cosa è cambiato sostanzialmente? La depressione, le paure, le ossessioni sono scomparse. Ho ripreso a lottare per la vita e a fare progetti. Uno soprattutto, gettare via le stampelle che ancora mi sono necessarie e quello che rimane dei farmaci, per muovermi e sorridere alla vita perché la vita mi sorrida.

In seguito "G", ha sorriso definitivamente alla vita, ad una vita che si è affacciata nella sua casa, una splendida bambina, che rappresenta per G il coronamento di tutti, ma veramente tutti i suoi desideri.

Per far si che un grande sogno diventi realtà, occorre innanzitutto avere un grande sogno, abbi cura dei mezzi e il fine prenderà cura di se stesso.
( Ghandi )

Tratto dagli atti del convegno dal titolo: "Il dolore fisico, psicologico, spirituale e l'etica della vita" organizzato dalla Associazione: Nuove frontiere in Medicina e Psicologia di Firenze, il 23 ottobre del 1998.





Dott.sa Francesca Ceccherini